Miniere, ghiacci e aurore boreali
Lo scricchiolare della neve sotto ai piedi, i cristalli di ghiaccio che brillano riflettendo la Luna e i lampioni, le luci del nord che danzano sopra la testa.
Il freddo che punge il viso, unica parte scoperta del corpo.
Gli occhi fissi all’insù, senza sapere più da che parte guardare, con l’aurora che accende il cielo, che crea figure e le disfa, che viaggia e si sposta veloce da un orizzonte all’altro.
Un pezzo di cuore l’ho lasciato lì.
Non ho resistito. Sì, c’ero già stata, ma non ho resistito. Ci sono dovuta tornare.
E così, un anno dopo, passeggio di nuovo per Kiruna, cittadina mineraria della Lapponia Svedese. Non è tra le città che si definirebbero belle, ma è ormai un pezzo di cuore. Quando sono lì, temo le strade ghiacciate che l’anno scorso mi hanno fatta massacrare un ginocchio. Quando non sono lì, vivo nel costante magone per la lontananza.
Kiruna è uno strano posto in continuo cambiamento: nata come avamposto di chi lavorava nella miniera di ferro (la più grande d’Europa!), vive grazie alla sua attività che al contempo la minaccia. Perché lo sfruttamento del sottosuolo sta aumentando il rischio di danni alla città, che quindi sta venendo letteralmente spostata qualche chilometro più in là.
Qualcuno nell’estate del 2025 avrà sentito la notizia di una storica chiesa svedese che stava venendo spostata. Ecco, era lì. Nel marzo del 2025 l’avevo vista da lontano nella sua sede originale, la collinetta su cui era stata costruita all’inizio del secolo scorso, mentre la preparavano per sollevarla. Nel marzo del 2026 l’ho rivista, sempre da lontano, nella sua nuova posizione. E su quella collinetta è rimasto lo spiazzo vuoto.
La chiesa di Kiruna, Kiruna Kyrka in svedese, è stata costruita all’inizio del secolo scorso, voluta dal chimico e geologo Hjalmar Lundbohm, che dirigeva i lavori della miniera. Lundbohm voleva un luogo spirituale che potesse accogliere chiunque, e volle perciò evitare eccessivi simboli cristiani. La chiesa ha un solo crocifisso, richiesto dal vescovo Olof Bergqvist, che l’ha consacrata.

E la miniera? Da tre secoli è nota la presenza del ferro in quel territorio difficile, sperso sopra al circolo polare. Ma più si è cercato di estrarlo, e più ne è venuto fuori: quasi un miliardo di tonnellate di ore (la “roccia madre” da cui si estrae l’elemento di interesse). Migliaia di tonnellate al giorno.
Quasi ogni notte, tra l’una e l’una e mezza, un’esplosione si può sentire dalla città: è l’esplosivo piazzato durante il giorno per disgregare le pareti della miniera, accumulandone blocchi sul pavimento dei corridoi, che poi verranno trasportati fino a un super efficiente sistema che li caricherà sui treni.

Come mai così tanto ferro concentrato in quell’area?
Bisogna andare molto lontano nel tempo fino al Paleoproterozoico, una delle ere in cui è suddivisa la storia del nostro pianeta. Siamo a circa 1,8 miliardi di anni fa: mari bassi e caldi, atmosfera che ancora è praticamente senza ossigeno, magmi molto caldi. In mare, forme di vita unicellulari che iniziano ad avere un nucleo e a riprodursi sessualmente; sulla terraferma, siamo sul primo supercontinente noto: Columbia (o Nuna). La superficie esposta è di roccia nuda, grigia, nera, rossa, erosa facilmente perché non protetta dalla vegetazione, che ancora non esiste sul pianeta. Il cielo è vagamente arancione a causa del metano[?], il mare verdognolo perché ricco in ferro.

In questo ambiente, da circa un miliardo di anni, si stanno accumulando magmi e deformando le rocce, mentre parti di crosta terrestre si scontrano modificando la geografia del supercontinente. Tra questi magmi Tra questi magmi[?] ce ne sono di ricchi in ferro, fosforo e sostanze volatili (leggere, che si liberano facilmente nella fase gassosa: la CO2 dell’acqua frizzante, per esempio). E quindi nel frattempo circolano anche fluidi acquosi caldi, idrotermali. Non tutti i magmi sono uguali, e alcuni non riescono nemmeno a mischiarsi tra loro, come l’acqua e l’olio. Qua si è formato un liquido immiscibile, che poi si è accumulato fra due magmi diversi. Trachiandesiti e riodaciti[?], per (no)i nerd. E oggi abbiamo queste tre rocce differenti in sequenza, a volte con al loro interno delle bolle, ormai ovviamente solidificate, proprio di quel fluido immiscibile che ha formato l’ore.


OK MA LE AURORE GIULIA LE AURORE
Sì, in effetti erano l’obiettivo principale del viaggio. E non si sono fatte pregare! La primissima sera, lo scorso anno, ci eravamo affacciati fuori osservando il cielo e chiedendoci se quella lieve sfumatura chiara che lo attraversava fosse proprio lei. Uno scatto rapido con un paio di secondi di esposizione me lo ha confermato, tirando fuori anche il verde. E quando pensavo che quella fosse l’aurora… La notte è esplosa.
Il verde si vedeva a occhio nudo, bande luminose che danzavano rapide da un lato all’altro del cielo, cambiando forma, spegnendosi da una parte e comparendo da quella opposta. Bande, raggi, filamenti, piccole perle luminose che correvano velocissime.
Tante volte nella mia vita avevo pensato che i video fossero accelerati. Immagini a lunghissima esposizione per tirare fuori la luce, messe in sequenza finendo per avere minuti di realtà compressi in pochi secondi. E invece no, era così.


Negli ultimi due anni ho letto svariati post parlare di come si vede l’aurora a occhio nudo. Travel blogger, giornalisti, influencer scientifici che si sgolavano per dire che nelle foto è tutto un inganno, l’aurora sembra solo una nuvola pallida, grigiastra.
Ecco, no.
L’aurora può sembrare solo una nuvola pallida e grigiastra. La primissima che ho visto era così. Già mezz’ora dopo ho scoperto che era solo la sua versione più flebile, perché i colori eccome se si vedono a occhio nudo!
Certo, non è lo stesso verde delle foto, i nostri occhi non sono altrettanto sensibili. Ma il verde c’è, e anche se più raro anche il rosso.
Qua sotto un esempio della differenza:
Ciao, Kiruna. Ho lasciato da te tante cose: degli orecchini, il mio ginocchio sinistro, e tutto l’affetto che si può dare a un luogo. Alla prossima.
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